I Fondamentali

Tutti i segreti dell’hennè di Cristina Garavaglia

Simona mi ha gentilmente chiesto di scrivere un articolo sull’hennè, anzi precisamente ha lanciato un sondaggio sulla sua pagina lasciando come unica opzione il Sì, ma mai avrei immaginato di ricevere tanti consensi, e quindi eccomi.

Prometto che cercherò di essere più tecnica possibile, ma allo stesso esaustiva per chi non si è ancora addentrata/o (non riguarda solo noi donne) nel mondo delle erbe tintorie, anche se credo che ne abbiate sentito parlare visto che ormai è diventata una moda catturata al volo dalle aziende cosmetiche tradizionali (e qui stendo un velo pietoso che è meglio).

Nozioni di base ed informazioni tecniche

L’henné (pronuncia ‹ené›) è il nome francese – derivato dall’inglese hènna (pronuncia ‹ènna›), a sua volta derivato dall’arabo innā o ḥinnā’, nome dato da Avicenna a questa pianta – utilizzato, anche in Italia, per indicare una pianta orientale della famiglia delle Litracee (nome botanico Lawsonia Inermis o Alba), ma anche il suo prodotto, nota soprattutto per la tintura dei capelli.

Dal latino medioevale deriverebbe invece il termine alcanna od Alkanna o alc(h)anna utilizzato in Italia sempre per indicare la Lawsonia Inermis e che si differenzia dall’Alkanna tinctoria, pianta dalle cui foglie si ottiene una sostanza colorante rosso-viola, usata per tingere la seta e per colorare prodotti alimentari o per far virare il colore dell’hennè verso il viola.

Le foglie in polvere della pianta di Lawsonia inermis sono vendute con i nomi commerciali di: Henna, Henna powder, Lawsonia alba, Henna pulver, Henna Rot.

Il genere Lawsonia (Linneo, 1737) è monotipico, il cui nome è stato dedicato al medico botanico inglese John Lawson che la descrisse per primo in un libro pubblicato a Londra nel diciottesimo secolo.

Da un punto di vista botanico, la Lawsonia è un frutice arborescente che può raggiungere i 7 metri di altezza, spinescente per indurimento dei rami nel periodo adulto, con foglie decussate e fiori bianchi o miniati riuniti in pannocchie ed odorosi.

Originaria probabilmente dell’Africa settentrionale e orientale e dell’Asia occidentale e australe, la Lawsonia è attualmente diffusa, in seguito a coltivazione, in tutte le regioni tropicali, dal bacino del Mediterraneo al sud est asiatico e rappresenta per tali paesi un’importantissima voce di esportazione.

La droga è costituita dalle foglie disseccate e macinate più o meno finemente ed è nota per il suo uso come cosmetico e tintura fin dall’antichità, essendo utilizzata dagli Egiziani per tingere le mummie e dagli Arabi per la colorazione di mani e piedi al fine di restringere i pori della pelle per diminuire la traspirazione, molto elevata a causa della temperatura.

È altresì utilizzata nel mondo islamico come medicina contro le malattie della pelle e le piaghe nell’uomo e negli animali e per tingere barba e capelli nonché nel nord Africa ed in India per realizzare tatuaggi rituali generalmente in occasione di matrimoni (i famosi Mehandi o Mehdi).

In Europa è invece utilizzata prevalentemente per la cura e la colorazione dei capelli, nonchè per la tintura dei tessuti, legni e pelli.

Le foglie di Lawsonia contengono oli essenziali, resine (2-3%), tannini (5-10%), acido gallico, flavonoidi, terpenoidi, lipidi, triacontyl tridecanoato, mannitolo, xantoni, cumarine (5- allilossi 7-idrossicumarina), glucosidi quali hennoside A, B e C il cui prodotto di idrolisi e di autossidazione è il Lawsone (2-idrossi-1,4- naftochinone n. CAS 83-72-7) in percentuale del 0,5-2%, sostanza colorante caratteristica dell’henna isolata nel 1920 da G. Tommasi che la chiamò fu Lazusone e dimostrò che è identica al 2-ossi-α-naftochinone della formula I.

Per la sua costituzione chimica è quindi un isomero del Juglone (5-ossi-α-naftochinone della formula II) che è la sostanza colorante caratteristica del mallo delle noci.

La Lawsonia inermis è parzialmente solubile in acqua con un grado variabile di solubilità, a seconda sulla composizione del campione, ed è stabile dopo la raccolta e la spolveratura per almeno 2 anni in camera temperatura e protezione della luce (ergo può essere tranquillamente conservata nelle confezioni originali ben chiuse o travasata in barattoli di vetro).

Il Lawsone è stato riconosciuto dal SCCS (Scientific Committee on Consumer Safety) come potenzialmente tossico (può causa anemia emolitica in caso di favismo, antifertilità, dermatiti allergiche, genotossicità dimostrata in vitro) seppur licenziato dal Comitato nel 2013 con il seguente parere: “l’opinione positiva sull’utilizzo della polvere di henna come colorante per i capelli non comporta l’inserimento automatico nell’allegato dei coloranti ammessi nel cosmetico europeo, ma sicuramente scarica parte delle responsabilità per tutte quelle aziende che commercializzano o commercializzeranno polvere di henna.

Il consumatore in realtà non sa se la polvere di henna che troverà sul mercato è analoga a quella approvata dal comitato scientifico ed in particolare se la percentuale di lawsone è inferiore allo 1,4%. Si spera che chi mette sul mercato questi prodotti se ne accerti.

Una certezza è che per arrivare a queste conclusioni sono stati eseguiti dei test su animali su un ingrediente cosmetico noto da secoli e che la strada da percorrere per avere un consumatore consapevole ed informato sulle problematiche relative alla sperimentazione animale è lunga e tortuosa”.

Il SCCS ha anche affrontato il tema delle possibili reazioni allergiche, seppur rare – riferite peraltro a percentuali di utilizzo della polvere molto inferiori alle abituali – per lo più per effetto del contatto con la polvere, ma in pochi casi (da parte di professionisti) per effetto dell’inalazione e dell’esposizione prolungata.

L’SCCS in buona sostanza ha ritenuto che le informazioni fornite siano sufficienti per valutare l’uso sicuro dell’hennè come tintura per i capelli (che era l’oggetto delle verifiche effettuate), precisando, peraltro, che la valutazione si riferisce a un contenuto di Lawsone di max. 1,4%, percentuale che non sappiamo essere reale per i prodotti in circolazione e non si riferisce ad altri tipi di estratti di Henna che possono avere composizioni diverse.

Nel BioDizionario di EcoBioControl il Lawsone – n. CAS 83-72-7, Numero EINECS 201-496-3, Descrizione 2-Hydroxy-1,4-naphthoquinone (CI 75480), Funzione Colorante capelli, Restrizioni Normative Nessuna restrizione di Legge – è valutato con un Rosso, in quanto potenzialmente tossico, in particolare per i soggetti favici.

Diversamente, l’estratto delle foglie di Lawsonia – Derivato vegetale, Numero CAS: 84988-66-9, Numero EINECS:284-854-1, Descrizione: Lawsonia Inermis Extract is an extract of the dried flowersfruit and leaves of the HennaLawsonia inermis L.Lythraceae, Funzione: Antimicrobico / Antiossidante / Condizionante capelli / Colorante capelli, Restrizioni Normative: Nessuna restrizione di Legge – è valutato con un Verde, in quanto si tratta di una polvere colorante non pericolosa per salute e l’ambiente.

Peraltro, non può non essere considerato il tema della possibile contaminazione (che ovviamente riguarda tutti i prodotti a base di erbe), soprattutto perché pochi produttori/rivenditori sono veramente trasparenti da effettuare e pubblicare i risultati di analisi in grado di stabilire la tollerabilità cutanea (Patch test), le caratteristiche fisico-chimiche e microbiologiche dei singoli elementi e dei prodotti e il loro grado di conservazione nel tempo (Challenge test, In use test).

Quanto sopra perché le analisi dovrebbero essere eseguite a campione e su ogni spedizione per avere davvero delle certezze e ad oggi conosco un solo produttore italiano che le esegue su tutti i lotti.

Altri produttori preferiscono invece seguire in toto la filiera produttiva, verificando con visite o propri rappresentanti in loco sia le coltivazioni che le procedure di lavorazione delle erbe tintorie.

Di fatto però la maggior parte dei rivenditori si affida alle certificazioni ricevute dai produttori, non considerando che nei paesi di coltivazione le regole di buona produzione e i controlli da parte delle istituzioni possono essere anche piuttosto carenti.

Tanto che il sistema RAPEX è stato in passato attivato per alcuni lotti interessati da contaminazione batterica con conseguente ritiro dal mercato.

Ovviamente, data l’impossibilità di ottenere un prodotto privo in assoluto di contaminanti, che fanno inevitabilmente parte del processo di coltivazione e lavorazione, l’obiettivo è di poter mettere in commercio prodotti che non pongano eventuali rischi per la salute e che il consumatore sia consapevole di ciò che sta acquistando.

Motivo per il quale sono diventate standard per il trattamento delle piante in farmacopea le procedure di gammatura, purtroppo non obbligatorie per le erbe tintorie.

Da notare anche, osserva il SCCS che i prodotti modificati all’hennè, come l’henné nero (Black Henna), sono purtroppo disponibili anche per i consumatori ed il loro contenuto può variare in modo significativo in termini di sostanze chimiche aggiunte per modificare l’intensità del colore fornito.

In particolare, normalmente all’hennè naturale possono essere aggiunte le seguenti sostanze di sintesi, di cui vi parlerò nel dettaglio in appendice per non appesantire l’articolo: il picramato e la PPD.

Il colore dell’hennè ed altri “segreti”

Come già detto, per hennè si intende la sola Lawsonia Inermis la cui polvere utilizzata sui capelli da un colore rosso, ma con l’aggiunta di altre erbe tintorie è possibile raggiungere colorazioni differenti, ovviamente su base adatta.

Spesso, peraltro ,il termine hennè è utilizzato a sproposito per indicare:

  • le miscele di hennè ed altre erbe tintorie proposte in commercio da marche famose come Khadì, Phitofilos o Radico, che consentono di raggiungere colorazioni diverse dal rosso (dal biondo al nero per capirci),
  • altre erbe diverse dalla Lwsonia e precisamente con il termine di hennè neutro la Cassia Obovata ed il Sidr che non hanno alcuna capacità tintoria sui capelli e con il termine hennè nero l’Indigo od il katam, altre pianta tintorie che regalano rispettivamente una colorazione dal blu al nero e viola/prugna.

Ovviamente la colorazione raggiungibile con la Lawsonia (rosso) dipende da molti fattori (alcuni oggettivi altri soggettivi): il colore di base dei capelli e la porosità degli stessi, la stratificazione, il paese di origine della pianta e il metodo di coltivazione (da cui dipende anche la percentuale di lawsone presente, ovverosia del pigmento tintorio della pianta), il metodo di preparazione dell’impasto (ossidazione, utilizzo di sostanze acide o basiche…).

Ciò premesso è bene sapere che l’hennè si differenzia dalle tinte chimiche in quanto non altera la struttura dei capelli, sui quali il pigmento tintorio (Lawsone) si deposita andandosi a legare alla cheratina di cui sono composti in modo da renderli più spessi e sani.

Sostanzialmente, il meccanismo di funzionamento delle tinte chimiche presuppone l’apertura forzata delle squame del capello con sostanze fortemente alcaline, in modo da penetrare nella struttura del capello, la rimozione della melanina di cui è composto (dalla quale dipende il colore naturale dei capelli) e l’impianto del pigmento della tinta prescelta. In breve si utilizzano un agente colorante, un agente alcalino e il perossido di idrogeno per ottenere il colore promesso e standardizzato.

Ovviamente in tal modo i capelli, nel lungo periodo, si rovinano, tendono a spezzarsi ed a perdere lucentezza.

Nel caso dell’hennè invece il pigmento tintorio si appoggia sui capelli e chiude le squame, rinforzando lo stelo e coccolando le nostre chiome.

Questo processo di colorazione naturale, però, non permette di garantire le stesse colorazioni dei pigmenti di sintesi né di schiarire il tono naturale dei capelli, timore che spesso rende restie le persone ad utilizzare le erbe tintorie.

 A questo punto vi chiederete se l’hennè copre i bianchi? Sì, anche se presenti in una percentuale del 50-60%, ovviamente colorando i bianchi di rosso rame.

Nel caso di colorazioni diverse dal rosso, è possibile agevolare la copertura dei bianchi effettuando un doppio passaggio: applicare per due/tre ore Lawsonia pura e successivamente il mix di hennè e altre erbe tintorie, disponibile in commercio già pronto in base al colore voluto.

Occorre anche considerare che, a differenza delle tinte, l’hennè non si schioda dal capello se non tagliando la parte trattata, anzi al contrario hennata dopo hennata (=applicazione) tende a stratificare (si parla infatti di stratificazione), ossia a portare ad una colorazione sempre più scura, sulla parte trattata, rispetto a quella di partenza e della ricrescita.

Logicamente, sospendendone l’utilizzo, tende comunque a scaricare il colore (= scolorire), è la cosiddetta de-stratificazione che dipende da tanti fattori, quali il livello di stratificazione, il tempo di non utilizzo, la porosità del capello, ma in ogni caso il rosso permane, soprattutto ben visibile su capelli chiari.

Il discorso è ben diverso per le altre piante tintorie, che non si legano alla cheratina del capello, e che scaricano abbastanza facilmente (ma anche qui è del tutto soggettivo), quali Indigo, Katam e Guado, soprattutto nel caso si utilizzino alcune erbe lavanti come Shikakai e Aretha ma anche il ghassoul e le argille in genere, mentre al contrario il Sidr aiuta a fissare la colorazione di Indigo e Katam.

Altra questione da non sottovalutare è la tendenza dell’hennè a scaricare colore durante il lavaggio, lasciando tracce su asciugamani ed accappatoi soprattutto alle terme ed al mare, motivo per il quale sarebbe bene non farlo nell’imminenza di una vacanza. Ma si tratta di un fenomeno, soggettivo, che non incide sul colore e che tende a verificarsi soprattutto in caso di utilizzo di hennè con picramato.

Altro argomento molto importante riguarda la scelta dell’hennè, volendo escludere la presenza di picramato e ppd.

Nell’INCI ci deve essere scritto solo Lawsonia (ed eventuali piante tintorie ovviamente in latino), quindi evitate gli hennè sfusi o quanto meno chiedete di verificare gli ingredienti. Personalmente odio l’hennè sfuso per l’impossibilità di verificare modalità e tempi di conservazione in negozio

Ricordate anche che non esiste alcuna garanzia circa il contenuto degli hennè etnici, ossia importati direttamente dai paesi di origine, dove non sussiste l’obbligo di dichiarare l’INCI completo dei prodotti.

Pertanto, in caso di dubbio, allergia anche potenziale, gravidanza ed allattamento, vi consiglio di usare esclusivamente prodotti certificati in UE.

Ricordatevi inoltre di effettuare una prova allergica prima di utilizzare qualsiasi erba come già descritto a proposito di erbe lavanti e ovviamente che non vi venga in mente di usare hennè se siete favici.

Detto ciò è bene affrontare alcune preoccupazioni circa l’utilizzo di hennè.

La tinta non è incompatibile con l’hennè, bene sarebbe aspettare due/tre settimane dall’ultima colorazione chimica ed evitare di utilizzare hennè con picramato, che potrebbe reagire in modo anomalo. Meglio sarebbe comunque effettuare una prova su una ciocca nascosta o sui capelli che rimangono sulla spazzola.

Si consiglia comunque di utilizzare, prima di procedere con l’hennè, cassia o sidr così da predisporre il capello alla Lawsonia.

Maggiore attenzione deve essere prestata in caso di decolorazione, indipendentemente dalla presenza di picramato. E anche in questo caso di suggerisce di farlo su una ciocca nascosta.

Mentre in caso di deco o su capelli biondi naturali si sconsiglia l’uso di Indigo, Katam e Guado in purezza, perché il rischio dei capelli verdi è dietro l’angolo ((giallo + blu = verde) ecco perché si suggerisce il doppio passaggio.

Stesso discorso in caso di miscele tintorie contenenti indigo (spesso si trova nei biondi freddi e nel mogano e nei castani), katam (che si potrebbe trovare nel castano e nel mogano) o guado (generalmente nel mogano o castano). Anche in questo caso il consiglio è di effettuare il doppio passaggio.

Volendo considerare il processo inverso, è possibile effettuare tinta chimica su capelli trattati con hennè senza picramato così come decolorare, nel caso ovviamente non si abbia utilizzato Indigo, Katam e Guado.

E’ logicamente probabile che in presenza di alta stratificazione, la tinta chimica o la decolorazione fatichino a prendere, così come la permanente.

Nella malaugurata ipotesi di aver ottenuto come risultato i capelli verdi, l’unica soluzione è di utilizzare Lawsonia pura perché il rosso annulla il verde.

Altro dilemma riguarda l’effetto secchezza causata dall’hennè e dalle erbe in generale, ovviamente in caso di capelli secchi di natura: in questo caso è sufficiente inserire nell’impacco un idratante, quale gel aloe, zucchero, miele… ma anche erbe quali methi, altea e sidr.

Per quanto riguarda il possibile effetto lisciante dell’hennè, posto che l’hennè non può modificare il DNA dei capelli, in alcuni, soprattutto in presenza di capelli fini, è possibile che la stratificazione appesantisca il capello e tenda a ridurre il boccolo.

 Mentre parlando di preparazione, esistono due scuole di pensiero diverse: la prima che si debba ossidare l’hennè utilizzando sostanze acide che favorirebbero il rilascio del pigmento tintorio, la seconda che ritiene queste accortezze del tutto inutili.

Per esperienza diretta ed indiretta, posso affermare che l’ossidazione non è necessaria perché l’hennè continua ad ossidarsi in testa anche dopo il lavaggio, per la durata di due tre giorni.

Così come non è necessario utilizzare sostanze acide perché l’hennè colori.

A questo punto ovviamente vi devo spiegare che cosa si intende per ossidazione e che differenze è possibile riscontrare in linea teorica, perché di fatto dipende tantissimo dalla base di partenza e dalla stratificazione.

Per ossidazione si intende il processo che avviene esponendo l’impasto (hennè ed acqua ed eventuali altre sostanze) all’ossigeno per 12/24 ore (dipende dalla temperatura dell’acqua utilizzata, generalmente a temperatura ambiente) in una ciotola, meglio se mantenuta al caldo.

Nel caso si volesse saltare questo passaggio è invece necessario utilizzare acqua ben calda, che determina l’immediato rilascio del pigmento tintorio, e procedere subito con la posa.

Va da sé che ossidazione non significa utilizzare sostanze acide per la preparazione dell’hennè, anche se ovviamente è possibile abbinare entrambi i processi.

Si tratta in ogni caso di processi che devono essere evitati in caso di utilizzo di katam ed indigo che prediligono un ambiente basico e che agiscono immediatamente, motivo per il quale ossidarli significa perdere il potere tintorio.

Sappiate però che l’utilizzo di sostanze acide favorisce il cosiddetto tono caldo.

Per tono caldo si intende una colorazione tendente al rame, possibile ovviamente solo su base chiara e non stratificata.

In questo caso si consiglia sì l’utilizzo di sostanze acide, quali l’aceto, il limone, il the od altri infusi.

Per tono freddo si intende invece una colorazione tendente al ciliegia ed al mogano, ovviamente su base adatta e stratificata.

Per ottenere questo tipo di colorazione, a parte evitare l’ossidazione che risulta controproducente, si sconsiglia l’uso di sostanze acide, ma al contrario di sostanze basiche, quali il bicarbonato o l’argilla, meglio se rossa.

Tra le più sostanze comunemente utilizzate vi ricordo:

  • Sostanze acide: ibisco (sia la polvere che l’infuso, noto come karkadè), limone, aceto, vino, caffè, miele, latticini, infusi vari, amla.
  • Sostanze neutre: acqua, acqua distillata.
  • Sostanze basiche: bicarbonato di sodio, argilla.

Si narra inoltre che la provenienza dell’hennè sia molto importante per favorire un tono rispetto ad un altro.

Precisamente, per il tono caldo si suggeriscono hennè originari del nord Africa, in particolare Marocco e Tunisia.

Per il tono freddo hennè originarie dei paesi asiatici, India, Pakistan e via dicendo.

Anche il processo di congelamento/scongelamento dell’impasto di sola Lawsonia è generalmente consigliato per il tono freddo, in quanto lo stress termico sembrerebbe agevolare il rilascio del pigmento tintorio. Personalmente non ho riscontrato però alcuna differenza.

Come detto in precedenza l’aggiunta di altre sostanze tintorie può consentire colorazioni diverse dal rosso e precisamente: per il nero indigo, per il prugna/viola katam, ibisco, alkanna; per il castano mallo di noce, cacao amaro, katam, indigo, per il biondo curcuma, rabarbaro, camomilla, cannella.

APPENDICE

 Picramato

 Il picramato o sodio picramate, è un additivo utilizzato come colorante sintetico di colore rosso, normalmente aggiunto all’hennè di scarsa qualità per rinforzarne l’effetto o più in generale per rafforzare il colore (facendolo virare al tono freddo) e per ridurre drasticamente i tempi di rilascio del pigmento = di posa dell’impacco e per quest’ultimo motivo spesso utilizzato nei saloni professionali, si spera con il consenso della cliente.

Va precisato che il picramato non rappresenta il male assoluto per chi decidesse di approcciarsi al mondo dell’hennè perché non rovina in alcun modo i capelli, piuttosto potrebbe seccarli (ma si può rimediare con un bell’impacco idratante) e soprattutto tende a scaricare velocemente, motivo per il quale lo sconsiglio prima di andare in spiaggia, piscina o terme.

A conti fatti l’aggiunta di picramato all’hennè rappresenta un aiutino di natura chimica per chi utilizza hennè per raggiungere un rosso acceso nonché una soluzione intermedia tra la tinta chimica e l’utilizzo di erbe tintorie per chi ha la necessità di altissime coperture o di colori intensissimi.

Ma in omaggio al principio di precauzione tanto caro a Zago, consiglia fortemente di evitarlo nei soggetti potenzialmente allergici e durante la gravidanza ed allattamento.

Questo perché il picramato o sodium picramate è una sostanza fortemente allergizzante, una sostanza mutevole, non biodegradabile, altamente allergizzante e potenzialmente cancerogena (ad alte dosi), iscritta nel Registro ministeriale delle sostanze pericolose e nocive per l’organismo e per l’ambiente, nonché teratogena al di sopra di una certa percentuale.

A tal proposito, il Regolamento (CE) n. 1223/2009 sui cosmetici (numero di riferimento 222, lett b) Ambito “Coloranti non di ossidazione per tinture per capelli”) prescrive una Concentrazione massima nei preparati pronti per l’uso del 2%, da indicare obbligatoriamente nell’INCI. Non è invece obbligatoria l’avvertenza di evitare in gravidanza, seppur molte aziende europee lo stiamo facendo spontaneamente.

Peraltro, lo studio tossicologico pubblicato sul Journal of the American College of Toxicology ritiene non tossica una percentuale di picramato presente nell’hennè non superiore al 0,1% (fatte salve allergie e sensibilizzazioni individuali), mentre si ritiene che una percentuale superiore al 0,2% possa causare reazioni cutanee, in quanto sostanza fortemente allergizzante.

Secondo un altro studio (J. Am. Coll. Toxicology) una percentuale inferiore al 0,1% non risulterebbe teratogena, ossia in grado di alterare o modificare il normale sviluppo del feto.

Infine è possibile citare uno studio della Commissione Europea – SCCS del 14.12.2010 sul picramato in cui si conclude che “Sulla base dei dati forniti, si ritiene che l’uso del sodio picramato con in tinture per capelli in una concentrazione massima del 0,6% non rappresenta un rischio per la salute del consumatore”.

Ciò detto,  EcoBioControl valuta il sodio picramate  – Numero CAS: 831-52-7, Numero EINECS: 212-603-8, Descrizione: Sodium 2-amino-4,6-dinitrophenoxide (CI 76540), Funzione: Colorante capelli, Restrizioni Normative: Nessuna restrizione di Legge – con un bel doppio rosso, quindi come una sostanza inaccettabile sia per gli aspetti connessi alla salute che per quelli ambientali.

Siamo quindi come al solito di fronte alla necessità di imparare a leggere l’INCI per evitare la presenza di picramato, laddove si desideri evitarlo ovviamente.

Ma qui casca l’asino perché come detto la percentuale deve essere per legge non superiore al 2% e logicamente il problema non si pone per marche prodotte in UE rispettose dalla normativa cosmetica, ma purtroppo è da considerare nel caso di utilizzo di hennè cosiddetti etnici, ossia importati (non ho ancora capito come) direttamente dai paesi di origine e messi in commercio, sia online che nei negozi indiani/marocchini.

Di fatto esistono molte marche europee, anche conosciute, che propongono sul mercato i cosiddetti hennè rinforzati (generalmente per il mogano) ma che nell’INCI dichiarano la presenza di picramato (logicamente lo deve scrive anche il sito di vendita), la percentuale che deve essere superiore al 2% (non è obbligatorio precisarla ma molti produttori per motivi di trasparenza lo fanno tranquillamente) e l’indicazione di evitare l’uso in gravidanza ed allattamento (non è invece obbligatorio proibirne l’uso perché non previsto dalla legge).

Mentre nei paesi di origine le cose vanno ben diversamente, perché ovviamente non vige la ristretta normativa europea e spesso non è neanche obbligatorio dichiararne la presenza nell’INCI.

Il consiglio a questo punto è di non utilizzare hennè etnici in caso di allergia gravidanza e allattamento e di affidarsi a marche prodotte in UE, meglio ancora se certificate.

Stesso discorso se avete fatto in precedenza una tinta chimica o peggio ancora una decolorazione perché il picramato potrebbe reagire in modo anomalo, con i famosi capelli verdi.

Tanto più che non esiste nessun sistema casalingo per verificare la presenza di picramato (il consiglio di utilizzare acqua ossigenata lascia il tempo che trova) in quanto, mi è stato confermato da un produttore italiano in cui ho piena fiducia, l’unico mezzo per accertalo è la rnm della polvere (una sorta di risonanza), test che peraltro effettuano in Italia solo pochi laboratori accreditati, tipo la Sapienza.

PPD

Premetto che il discorso ci riguarda perché si tratta di sostanza che può essere aggiunta all’hennè ed in particolare al cosiddetto hennè nero (Black Henna) utilizzato sia per la colorazione dei capelli che per i tatuaggi temporanei.

La para-fenilediamina (PFD o PPD), e relativo tetracloridato, è una sostanza d’origine sintetica appartenente alla famiglia delle ammine aromatiche che trova impiego come agente scurente delle tinture per capelli, ma anche negli hennè neri di scarsa qualità, utilizzati sia per la colorazione dei capelli che per i tatuaggi temporanei in spiaggia ed altri ambienti non protetti.

A temperatura ambiente si presenta come un solido bianco-grigio dall’odore ammoniacale.

Si tratta di una sostanza fortemente allergizzante e sensibilizzante sia per effetto del contatto sulla cute e cuoio capelluto (prurito, rossore) che a livello sistemico, con pesanti ripercussioni sulla salute, nonché altamente inquinante e sospettata di essere cancerogeno.

Nel Regolamento (CE) n. 1223/2009 prodotti cosmetici la PPD e le ammine (in linguaggio INCI p –PHENYLENEDIAMINE) sono riportate nell’Allegato III “Elenco delle sostanze il cui uso è vietato nei prodotti cosmetici, salvo entro determinati limiti” per la Categoria “Coloranti di ossidazione per tinture per capelli” – punti 8 e 9 -, con le seguenti indicazioni d’uso:

I coloranti per capelli possono causare gravi reazioni allergiche. Si prega di leggere e di seguire le istruzioni. Questo prodotto non è destinato ad essere usato su persone di età inferiore a 16 anni. I tatuaggi temporanei all’henné nero possono aumentare il rischio di allergia.

Non tingere i capelli: — in presenza di eruzione cutanea sul viso o se il cuoio capelluto è sensibile, irritato o danneggiato, — se si sono avute reazioni dopo aver tinto i capelli, — se in passato si sono avute reazioni dopo un tatuaggio temporaneo con henné nero. Contiene diamminobenzeni Da non usare per tingere ciglia e sopracciglia»  (ad uso professionale si aggiunge l’indicazione di utilizzare guanti adeguati)”.

Seppur quindi ammessa nelle tinte per capelli in percentuali precise (6% massimo) dal regolamento UE, la PPD ed i suoi derivati rappresentano un vero pericolo sia per le clienti che per i professionisti, proprio perché si tratta di una tra i più potenti allergeni in circolazione, purtroppo contenuta anche nei tessuti ed in molti oggetti di gomma.

EcoBioControl valuta la PPD (p –PHENYLENEDIAMINE) – Note: Sostanza limitata dalla Legge, Numero CAS: 106-50-3, Numero EINECS: 203-404-7, Descrizione: Benzene-1,4-diamine, Funzione: Colorante capelli, Restrizioni Normative: Annex III/8 – in rosso come sostanza da evitare ed altamente inquinante.

Tra l’altro uno studio svedese del 2015 riferito alle protezioni utilizzate dai parrucchieri (guanti) ha evidenziato come risultato del test in vitro “Reazioni eczematose sono state trovate quando guanti di gomma naturale in lattice, polietilene e vinile sono stati testati con il colorante. I guanti in nitrile hanno dato una buona protezione, anche dopo 60 minuti di esposizione alla tintura per capelli” e come conclusione “Molti guanti protettivi usati dai parrucchieri non sono adatti alla protezione contro il rischio di elicitazione della dermatite allergica da contatto causata dalla PPD”.

Il fatto poi che in commercio esistano tinte chimiche che dichiarano di essere senza PPD non è per nulla tranquillizzante perché generalmente contengono sostanze simili, aventi le stesse problematiche.

Non a caso, sono molti gli episodi di reazione allergica a questa sostanza a causa di una sovraesposizione, sia per i parrucchieri che le utilizzano che per clienti che usano tinte chimiche che la contengono.

Una conferma importante arriva da uno studio del St John’s Institute of Dermatology e del St Thomas’ Hospital di Londra (pubblicato sullae rivista scientifica “British Medical Journal”) secondo il quale “la parafenilediammina (PPD) ed altri composti chimici appartenenti alla famiglia delle ammine aromatiche sono i reagenti più utilizzati nelle tinture permanenti per capelli e sono anche causa di allergie sempre più frequenti fra la platea di consumatori, in costante crescita, che ricorrono ai prodotti che le contengono per tingere i propri capelli. Da notare che, questa sostanza, oltre a provocare possibili reazioni allergiche, rende i capelli fortemente sensibilizzati e visibilmente meno sani”.

Anche il sito Farmacovigilanza si è occupato di reazioni allergiche alla para-fenilendiammina precisando che: “Il reagente comune più attivo, contenuto nelle tinture per capelli, è la para-fenilendiammina (PPD), che si ritiene sia anche uno dei più potenti allergeni da contatto, sia in base a quanto valutato in studi sperimentali eseguiti su animali da laboratorio sia in base all’esperienza clinica. La reazione più comune ad una tintura, contenente PPD, è l’ipersensibilità ritardata, ma sono state osservate anche reazioni di ipersensibilità immediata ed anafilassi sistemica, che può risultare mortale. I soggetti sensibili a questo tipo di allergene sono principalmente parrucchieri e donne (raramente uomini), in quanto vengono più facilmente a contatto con tinture per capelli. Un altro gruppo di pazienti a rischio è rappresentato da arabi che sono soliti tingere la barba con questi prodotti. Recentemente, un numero crescente di casi di allergia da contatto a tatuaggi all’Hennè, contraffatti con la PPD, che hanno colpito anche molti bambini, ha permesso di porre l’attenzione su questo allergene.”

Nel caso dei tatuaggi temporanei, la PPD, dal colore blu scuro, è utilizzata per rendere scuro e durevole il tatuaggio, il cosiddetto Black Henna, di cui si è più volte occupato il sito Farmacovigilanza (il settore del Ministero della Salute che si occupa di reazione avverse ai cosmetici), lanciando un allarme sui tatuaggi con l’hennè, a cui risulta spesso essere aggiunta la PPD “per ridurre il tempo di applicazione e rendere più scuro il tatuaggio, è nota per essere un potente sensibilizzante. E’ questo il motivo per cui spesso chi fa un tatuaggio all’hennè ha reazioni allergiche, perché l’henné, di per sé, ha un basso potere allergizzante. Infatti gran parte dei casi di dermatiti da contatto seguenti all’applicazione di tatuaggi all’hennè sono dovuti all’allergia alla PPD”.

 

Anche l’Università degli Studi di Perugia ha considerato le possibili reazioni avverse collegate ai tatuaggi temporanei arrivando alla conclusione che “nel 50% dei casi presi in esame i tatuaggi all’henne’ provocano manifestazioni cutanee come prurito, eritemi, vescicole e bolle, orticarie, o reazioni sistemiche come linfoadenopatie e febbre entro uno o due giorni dalla prima applicazione; nel restante 50%, invece, i sintomi compaiono solo dopo un ritocco- mostrando quindi una sensibilizzazione cutanea alla para-fenilendiammina (Ppd) presente nell’henne’- fino a 72 ore dall’effettuazione del tatuaggio”.

A preoccupare maggiormente gli esperti le seguenti considerazioni:

  • nella maggior parte dei casi, le lesioni tendono a persistere anche dopo una settimana dall’inizio della terapia (con cortisone ed antistaminici) e che addirittura, dopo la bellezza di un anno dal termine della cura dermatologica, la zona in cui è stato eseguito il tatuaggio tende ad essere ipopigmentata, ossia più chiara della restante cute,
  • nei tatuaggi temporanei da spiaggia sembrerebbero essere utilizzate miscele con concentrazioni di PPD al 10-15% e, in alcuni casi, del 35%, il che aumenta in modo esponenziale il rischio di comparsa di reazioni allergiche,
  • a maggior rischio sarebbero gli adolescenti ed i bambini a causa del diffondersi della moda soprattutto estiva dei tatoo temporanei, con la convinzione errata che siano innocui

Da notare che il rischio più diffuso è quello di andare incontro a dermatite allergica da contatto, anche dopo qualche settimana dall’applicazione, con arrossamento, edema, infiammazione, forte bruciore, prurito e vesciche.

In pochi casi ben più gravi, purtroppo, si può arrivare allo shock anafilattico, con abbassamento della pressione, senso di soffocamento e difficoltà respiratorie ed ovviamente l’unica soluzione è di recarsi in PS immediatamente.

Un altro problema da non sottovalutare è quello di assistere a fenomeni di sensibilizzazione permanente ad alcune sostanze chimiche (che potrebbero scatenare un’altra reazione allergica), e/o alla comparsa di reazioni allergiche crociate, con il manifestarsi di allergia ad altre sostanze, compresi alcuni farmaci e le tinte chimiche.

Buona norma sarebbe ovviamente evitare di effettuare un tatuaggi in contesti non controllati, verificare che l’impasto sia di color arancio-marrone e non nero, chiedere gli ingredienti, evitare le zone molto sensibili come le mucose e, per scongiurare fenomeni di sensibilizzazione, di evitare di farsi tatuare due volte la stessa zona.

E se proprio lo volete fare, evitate assolutamente i tatuaggi eseguiti da tatuatori improvvisati, sapendo che un tatuaggio eseguito a regola d’arte non può avere un prezzo basso sui 5 euro.

Anche qui vale la considerazione di stare alla larga dagli hennè neri di origine etnica in quanto la PPD potrebbe essere ben presente, senza essere dichiarata nell’INCI.

Per quanto riguarda la possibile correlazione tra lo sviluppo tumorale e l’utilizzo di tinte per capelli permanenti contenenti anche PPD, gli studi ad oggi esistenti sembrano essere contraddittori, ma in via precauzione molti stati la stanno proibendo.

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